Udine, 8 aprile 2010 – E’ stato presentato oggi in conferenza stampa presso la sede di Plaxtech srl di Udine, Roteax, l’innovativo macchinario ad iniezione multipla a bassissima pressione per lo stampaggio di manufatti strutturati a partire da materie plastiche eterogenee.

Frutto di dieci anni di ricerca e testato da tre di produzione industriale, quello lanciato oggi è un impianto che viene a riempire un ‘vuoto tecnologico’: “il sistema elaborato da Plaxtech –spiega l’Amministratore Delegato Matteo Strizzolo– è il primo ed unico, a livello internazionale, a consentire l’uso di plastiche eterogenee a base poliolefinica da riciclo”, ossia dell’80% dei rifiuti plastici. E’ da questo materiale –di cui, finalmente, è reso possibile il riutilizzo- che Roteax, macchinario ad altissima flessibilità, è in grado di realizzare contemporaneamente ben quattro manufatti diversi fra loro per peso e forma, più che raddoppiando, con le sue performance, la produttività del processo di stampaggio: per un manufatto di 15 kg, il numero di cicli effettuabili con Roteax è da 60 a 90, fino a tre volte superiore rispetto ai macchinari tradizionali. I costi di produzione ne vengono letteralmente dimezzati: con l’utilizzo di Roteax, infatti, l’incidenza per unità di prodotto dell’energia, della manodopera e degli ammortamenti diminuisce addirittura del 50%.

Plaxtech presenta nuovo macchinario

I manufatti realizzati con Roteax sono a tutti gli effetti, e a norma di legge, ‘prodotti verdi’: prodotti eco-compatibili ottenuti con un processo eco-sostenibile, la ‘green technology’ elaborata da Plaxtech grazie alla quale non si consumano materie prime vergini, non si producono rifiuti ed il consumo energetico viene ridotto; l’impatto ambientale sostanzialmente zero, l’alta produttività coniugata al basso costo delle materie prime utilizzate –Plaxtech è in grado di fornire al cliente, assieme agli impianti, i mix plastici più idonei certificati a norma UNI a prezzo bloccato come parte di un supporto di filiera completo– fanno di Roteax un sistema all’avanguardia che apre, per le aziende che ne sceglieranno la tecnologia, le porte dei mercati della ‘green economy’: un mercato da 1 miliardo di euro destinato ad una rapida espansione.

“Nei macchinari Plaxtech – ha affermato il Presidente Adriano Lualdi –le aziende troveranno la chiave per risolvere i problemi che, nell’attuale congiuntura economica, attanagliano i trasformatori di materia plastica”.

About Plaxtech: Plaxtech fonda la propria missione su un’idea progettuale fortemente innovativa: realizzare un flessibile sistema produttivo, ad elevato rendimento, in grado di produrre, a basso costo, prodotti ecocompatibili a partire da materiali plastici eterogenei da riciclo. I know-how di processo e relativi brevetti sono oggi il patrimonio principale di Plaxtech. http:// www.plaxtech.eu

Per informazioni:
Plaxtech srl – Ufficio Relazioni Esterne: relazioni.esterne@plaxtech.eu
Tel. 0432 300291 – Via S.Osvaldo 29 – 33100 Udine

 

FONTE: Plaxtech S.r.l.

La Commissione europea ha lanciato in data odierna la strategia Europa 2020 al fine di uscire dalla crisi e di preparare l’economia dell’UE per il prossimo decennio.

La strategia Europa 2020 delinea un quadro dell’economia di mercato sociale europea per il prossimo decennio, sulla base di tre settori prioritari strettamente connessi che si rafforzano a vicenda.

Crescita intelligente, sviluppando un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione, crescita sostenibile, promuovendo un’economia a basse emissioni di carbonio, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva, e crescita inclusiva, promuovendo un’economia con un alto tasso di occupazione, che favorisca la coesione sociale e territoriale.

Il presidente Barroso ha dichiarato: “Europa 2020 illustra le misure che dobbiamo adottare ora e in futuro per rilanciare l’economia dell’UE. La crisi ha messo in luce questioni fondamentali e tendenze non sostenibili che non possiamo più ignorare. Il disavanzo di crescita dell’Europa sta compromettendo il nostro futuro. Dobbiamo agire con decisione per ovviare alle nostre carenze e sfruttare i nostri numerosi punti di forza. Dobbiamo costruire un nuovo modello economico basato su conoscenza, economia a basse emissioni di carbonio e alti livelli di occupazione. Questa battaglia impone di mobilitare tutte le forze presenti in Europa”.

L’Europa deve trarre insegnamenti dalla crisi economica e finanziaria mondiale. Le nostre economie sono strettamente legate fra di esse.

Nessuno Stato membro può affrontare efficacemente le sfide mondiali se agisce da solo.

Insieme siamo più forti. Ciò significa che per superare con successo la crisi abbiamo bisogno di uno stretto coordinamento delle politiche economiche, altrimenti potremmo andare incontro a un “decennio perso” caratterizzato da un relativo declino, da una crescita definitivamente compromessa e da livelli di disoccupazione strutturalmente elevati.

La natura ambiziosa di Europa 2020 presuppone un livello più elevato di leadership e di responsabilità.

La Commissione invita i capi di Stato e di governo ed assumere la titolarità di questa nuova strategia e ad approvarla in occasione del Consiglio europeo di primavera. Occorre inoltre potenziare il ruolo del Parlamento europeo.

I metodi di governance saranno rafforzati affinché gli impegni vengano tradotti in azioni concrete in loco.

La Commissione monitorerà i progressi. Le relazioni e le valutazioni nell’ambito di Europa 2020 e del patto di stabilità e crescita saranno elaborate contemporaneamente (pur rimanendo strumenti distinti) per migliorare la coerenza. In tal modo, le due strategie potranno perseguire obiettivi analoghi in materia di riforme pur rimanendo due strumenti separati.

 

FONTE: http://finanziamentipubblici.it

Da qui al 2020 della vecchia Europa, tutta industria e poco ambiente, non dovrà esserci più traccia. Bisognerà riscrivere tutte le priorità dice Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea e commissario all’Industria: «Politica industriale e politica ambientale possono sposarsi. Dalla loro sintesi dovrà nascere un sistema industriale più innovativo e meno inquinante che garantisca posti di lavoro in più». La Commissione 2 di Josè Manuel Barroso ha appena lanciato Europa 2020, la nuova agenda decennale chiamata a sostituire quella di Lisbona. Tajani ne evidenzia l’impatto per industria ed imprese.

Dopo la crisi da dove ripartirà l’Unione europea?
Ci rialziamo dopo la caduta con la necessità di contenere gli effetti sull’occupazione e per farlo è indispensabile rilanciare l’industria e l’impresa. Serve però un cambiamento culturale, uscendo dagli schemi della politica industriale degli anni 90 e dei primi anni del duemila. Per questo è giusto essere alfieri della «green economy»: per promuovere un modello di sviluppo sostenibile in cui ci sia spazio per l’auto «verde», ma anche per un vecchio sistema manifatturiero al passo con i tempi.

Con l’agenda 2020 quali novità arriveranno per le imprese?
Viene innanzitutto fissato un target più ambizioso per la ricerca e innovazione (aumentare gli investimenti dall’1,9% al 3% del Pil, Ndr) e c’è grande attenzione alle piccole e medie imprese per la quali si confermano gli obiettivi dello “small business act”, scelta fatta dalla vecchia commissione. Bisogna ad esempio semplificare il diritto societario; fare in modo che ci sia una seconda opportunità per imprenditori reduci da un fallimento che intendono riprendere l’attività; accelerare i tempi dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione; favorire l’internazionalizzazione e stimolare l’innovazione. Anche se su quest’ultimo punto è giusto che l’Europa faccia la sua parte: non si può chiedere alle imprese di crescere, innovare, diventare più competitive sempre da sole.

Che ruolo svolgerà l’Unione europea?
Per supportare chi investe devono esserci finanziamenti adeguati e un accesso al credito più facile grazie a tutta una serie di strumenti che possono essere attivati, a cominciare dalla Bei (Banca europea per gli investimenti) con la quale ho già avuto un incontro. La mia direzione generale sta lavorando ad alcune opzioni per le piccole e medie imprese in vista di un meeting che si svolgerà su questo tema a Bruxelles in primavera. Posso anzi anticiparle che già lunedì prossimo, nel corso di un incontro organizzato a Milano, si inizierà a discutere del tema anche con le principali banche italiane.

Il Sole 24 Ore

L’innovazione è al centro dell’agenda dei prossimi dieci anni. Ma su quali settori dovranno scommettere gli imprenditori europei?
I prossimi anni dovranno segnare una svolta per turismo e industria spaziale. Spesso ci si dimentica che il turismo è il terzo settore imprenditoriale europeo con grandi capacità di attrarre investimenti. C’è la fila di banchieri interessati a investire in strutture che valorizzino un patrimonio inestimabile. Abbiamo già qualche idea che ci piacerebbe promuovere: sviluppare ad esempio un turismo di tipo sociale per coprire anche periodi tradizionalmente deboli per questo settore. Potrebbero anche scattare dei contributi per incentivare gli anziani o altre fasce deboli a organizzare vacanze fuori stagione. Inoltre finora non si è mai sfruttato abbastanza il volàno dei grandi eventi: immagini quale movimento turistico si può attivare, con nuove strategie, dall’Expo 2015 o dalle Olimpiadi.

Ha citato anche l’industria spaziale…
Fino a pochi minuti prima di questa telefonata, ero all’inaugurazione dei «Galileo Application Days» organizzati a Bruxelles. Non è un evento qualsiasi, perché in ballo c’è l’avvio di un programma la cui realizzazione farà risparmiare all’Europa 90-95 miliardi. Le applicazioni satellitari toccheranno i settori più diversi, andando dal controllo dell’inquinamento ai salvataggi in mare e le opportunità di business interessano tanto le grandi industrie quanto le centinaia di piccole e medie imprese che lavorano al loro fianco.

E il nucleare?
Entriamo in un tema sul quale la Commissione, come entità politica, deve essere neutrale rispetto alle scelte dei singoli stati. Di certo l’Europa chiede un impegno reale per sviluppare una politica energetica alternativa che, attraverso le rinnovabili, garantisca meno inquinamento e costi ridotti. Se poi mi chiede un parere personale, non sono contrario al nucleare considerando anche che l’evoluzione tecnologica ne garantisce la sicurezza.

L’Italia si appresta a varare nuovi incentivi ai settori industriali, senza l’auto. È la strada giusta?
Il 2010 deve esser l’anno dell’uscita dagli aiuti di stato varati per affrontare la crisi. Gli aiuti sono stati come una tachipirina per far calare la febbre, non sono la cura per risolvere il problema. Per quanto riguarda l’auto, nel recente vertice dei ministri Ue dell’industria che si è svolto a San Sebastian, in Spagna, è emersa una linea pressoché unanime: chi non li ha conclusi sta per farlo.

Per il mercato dell’auto sarà un anno nero. Fiat chiuderà Termini Imerese a fine 2011: quale soluzione auspica?
Credo che l’auto elettrica in Sicilia sia una prospettiva interessante. È in linea con il progetto europeo di sviluppo dell’auto “verde” e potrebbe facilitare anche l’eventuale concessione di contributi europei. Sarebbe affascinante la creazione di un “cluster” a Termini Imerese: un centro italiano, con il coinvolgimento dell’università e la collaborazione di altri poli europei dello stesso settore.

 

FONTE: www.ilsole24ore.com

L’attenzione alle problematiche specifiche della plastica (numerose tipologie di materiali, con criticità che si evidenziano dalla raccolta – con un crescente mix che di fatto non trova possibilità di riciclo – alla difficoltà di ricicla­re plastiche eterogenee o multi- composite) deve essere svilup­pata congiuntamente a tutti i soggetti attori protagonisti. Di conseguenza Assorimap, in maniera trasversale ed equidistante, si sta confrontando (attraverso incontri a livello di presidenti) con CONAI (12 novembre), COREPLA (18 dicembre), POLIECO (20 ottobre) e con quei soggetti che per dimensioni di attività svolgono, o possono svolgere comunque, un ruolo decisivo per il settore (per esempio i consorzi CARPI o CONIP).

Tra i numerosi impegni istituzionali il presidente Corrado Dentis ha presenziato all’audizione alla Camera dei Deputati (Commissione VIII – Ambiente), in ordine agli effetti della crisi economica sull’industria del riciclo, con un intervento di cui si riporta qui di seguito un estratto.

Il tema del recupero, segnatamente del riciclo, risulta decisamente più complesso e richiede quindi un esame approfondito in relazione a diversi aspetti, in primis la diversificazione delle tipologie della plastica e dei vincoli sul processo di trasformazione (compatibilità e purezza), che consentono una produzione efficace ed efficiente di materiali a base di plastica riciclata.

Il tema in discussione, gli effetti della crisi economica sul settore, può avere una prima risposta dai dati relativi all’import-export di materiali riciclati nel periodo gennaio-agosto del biennio 2008-2009:
import: 106.657 e 69.548 ton
export: 93.481 e 137.990 ton.

Notiziario Assorimap

Questi dati evidenziano un calo rilevante (35% circa) del flusso import e un incremento ancor più cospicuo (47% circa) dell’export, con una drastica inversione di tendenza del rapporto tra le due correnti di scambio, che storicamente è sempre stato a vantaggio delle importazioni. Il dato va letto nella struttura tipica del settore del riciclo italiano, in grado di distinguersi sempre più nei mercati europei e internazionali per la qualità che sa esprimere. suddiviso in due macro- gruppi: pre-consumo e post- consumo.

Soprattutto al primo gruppo è riconducibile la quasi totalità del calo delle importazioni, legate al riciclo di rifiuti “nobili”, meno presenti nei mercati tipicamente nostri fornitori quali Francia e Germania a causa di una diminuzione importante delle produzioni. È venuta quindi meno una quota importante di rifiuti in plastica da riciclare creando indubbiamente una maggiore difficoltà nell’allocare i volumi soprattutto nel settore dei beni durevoli. Il settore soffre ma è reattivo e sa innovare.

Per il pre-consumo va sicuramente dato interesse a tutti i settori: dall’automobile agli imballaggi e ai beni durevoli di qualsiasi genere. Per il post consumo è chiaro che la raccolta differenziata è l’elemento di forza per una maggiore efficacia della raccolta stessa (ed è doverosa qui una riflessione sull’accordo quadro ANCI-CONAI e la relativa gestione delle filiere).

Sulle modalità di raccolta è opportuno evidenziare che in gran parte dei paesi europei è attiva una raccolta omologata, che consente di superare quei “vizi” di cui si diceva poc’anzi (scarsa omogeneità dei materiali, collegata quindi anche alla purezza del riciclo e anche ovviamente alla tracciabilità del rifiuto recuperabile), evitando dispersioni e traffici illeciti dei materiali . Occorre evidenziare l’assenza di mercato poiché oggi la totalità di questi volumi viene gestita da un monopolista (il medesimo ambito in Francia vede circa 20 competitor. mentre in Germania sono 8). Lo stesso monopolista nazionale ha una governance che non rappresenta la filiera in modo equilibrato (la componente dei produttori è assolutamente maggioritaria), creando evidenti distorsioni di mercato e senza dubbio con la possibilità di non favorire l’effettivo riciclo delle materie plastiche.

Si ricorda che il settore industriale del riciclo è oggi in grado di evolvere su frazioni plastiche omogenee di buona qualità, che trovano nuova applicazione negli imballaggi, nel tessile e nell’edilizia.

Buone opportunità potrebbero emergere grazie a una corretta applicazione della legge 203 sugli acquisti verdi nella pubblica amministrazione e al recente regolamento comunitario 282/ 2008, che per lo specifico settore del PET prevede la possibilità di utilizzare dal 1° luglio 2010 il materiale riciclato da contenitori per liquidi post-consumo nella produzione di nuove bottiglie. Tali opportunità devono essere perseguite con decisione, con la previsione di tutti gli strumenti possibili di supporto. Infine si richiama l’importanza di organizzare raccolte differenziate per la plastica omologate, come si verifica in quasi tutti gli stati europei tranne l’Italia.

 

FONTE: assorimap – macplas 314

Green economy, il made in Italy c’è. E non è fatto solo di Fiat, con i suoi motori a basso impatto ambientale, che hapermesso al gruppo torinese di prendersi in carico la Chrysler, ricca di modelli senza limiti ai consumi. O della Landi Renzo, l’azienda di Reggio Emilia, leader mondiale degli impianti per i motori a metano e Gpl. La green economy in salsa italiana non è solo la produzione di energia da fonti rinnovabili o il recupero e riciclaggio di carta o plastica.

La green economy modello italiano è un filo conduttore che lega tutto il made in Italy, attraversa i territori, come i prodotti agroalimentari a “km zero”, tocca i settori industriali di punta. È strettamente legata al concetto di qualità. Di alta qualità.

Green economy, in sintesi, uguale stile italiano. E con risultati importanti: produzione ed export di green economy hanno senz’altro retto meglio alla grande crisi, visto che generalmente i consumatori di queste nicchie di mercato hanno disponibilità economiche maggiori e una propensione alla spesa meno legata alla congiuntura.

L’industria italiana della green economy c’è, e mondo della politica e mondo delle imprese s’interrogano (martedì prossimo a Roma, nel corso del convegno «Green Italia» organizzato da Symbola e Fondazione Farefuturo, con conclusioni di Ermete Realacci e Gianfranco Fini, presidente della Camera e di Farefuturo) su come tutelare e implementare un modello ricco di esempi virtuosi che fanno scuola, ma che stentano a fare sistema. Un mercato verde che secondo le stime di Symbola-Farefuturo realizza un fatturato di 10 miliardi l’anno, con 300mila addetti.

Il Sole 24 Ore

Le due fondazioni pensano a regole condivise dai produttori, standard di qualità, tecnologie pulite, difesa dei consumatori, con l’obiettivo di non far degenerare (e banalizzare) il tutto in appesantimenti formali e burocratici che potrebbero fermare la green economy.

Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico e segretario generale della Fondazione Farefuturo, spiega: «L’Italia ha le risorse imprenditoriali e qualitative per vincere le sfide ambientali. Dobbiamo fare in modo che la difesa ambientale diventi un’opportunità per le imprese e non una penalizzazione».

Ermete Realacci, presidente di Symbola, aggiunge: «Dobbiamo porre le basi per far entrare la politica in sintonia con quelle imprese che sono legate al territorio, puntano sulla qualità e sullo sviluppo ecosostenibile. C’è difficoltà a leggere bene queste qualità e poi, spesso, non si spinge nella giusta direzione. Dobbiamo far capire che lo sviluppo di alcuni settori innovativi e la riconversione in chiave ecosostenibile di comparti tradizionali rappresentano la frontiera avanzata del made in Italy».

Ma come si fa a sostenere l’italian green economy? «Dobbiamo proporre misure concrete – risponde Urso – in sede internazionale, in sede europea e in Italia per fare emergere queste qualità e, al tempo stesso, contrastare le importazioni di prodotti che sono realizzati in palese mancanza di regole ambientali simili alle nostre. Si tratta di una concorrenza sleale che non possiamo più tollerare». Il segretario di Farefuturo ha in mente proposte precise: dazi ambientali per chi non rispetta le regole Ue.

Con tre obiettivi precisi:
bloccare sul nascere questa forma di concorrenza sleale; scoraggiare le tentazioni di chi vuole delocalizzare per sfuggire ai vincoli ambientali; utilizzare i fondi recuperati con i dazi ambientali per favorire le esportazioni di tecnologie ambientalmente pulite nei paesi in via di sviluppo, contribuendo in modo concreto alla salvaguardia dell’ambiente globale. «In sintesi: vogliamo creare le condizioni per trasformare l’economia dell’ambiente in una grande opportunità per tutti».

Secondo Realacci è indispensabile alzare l’asticella su tutti i fronti: «Dobbiamo stabilire elevati standard di qualità, di sicurezza dei consumatori e di vincoli ambientali. È così che si batte la concorrenza di basso livello. La qualità sarà sempre più vincente rispetto a chi gioca la carta del prezzo, senza valori. Ecco perché penso a barriere virtuali e virtuose, che non potranno essere contrastate dalla Wto o da Bruxelles».

I NUMERI


Nella classica dell’eolico
È la posizione dell’Italia in Europa per potenza e generazione di energia derivata dal vento. Nella classifica mondiale il nostro paese occupa la sesta posizione.

6
Terawattora
È l’energia eolica prodotta nel 2008. Corrisponde ai consumi domestici di oltre 7 milioni di italiani.

38%
Produzione delle tecnologie per il solare
È la percentuale delle imprese italiane che coprono il mercato dell’hi-tech del settore dell’energia solare. Mentre per quanto riguarda il mercato della distribuzione e installazione, le nostre aziende coprono il 74 per cento.

55mila
Gli occupati nella meccanica
Si tratta delle stime dei lavoratori della filiera della green economy: dalla progettazione degli impianti alla produzione di energie rinnovabili, dai sistemi per il risparmio energetico alla produzione di tecnologie a basso impatto ambientale.

40%
Piccole e medie imprese
È la percentuale delle Pmi che, secondo Unioncamere, vuole puntare sulla green economy per superare la crisi con prodotti o tecnologie in grado di garantire un risparmio energetico e di minimizzare l’impatto ambientale.

335
Le aziende con marchio Fsc
È il numero delle imprese del legno che producono con materiale proveniente da foreste gestite secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La superficie forestale italiana nel 2008 è salita a 668.764 ettari, 55.908 ettari in più rispetto al 2007.

300
Le aziende di tessuti biologici
Sono le imprese che hanno chiesto di ottenere la certificazione internazionale.

 

Nino Ciravegna

FONTE: www.ilsole24ore.com

La green economy piace. La spinta a essere ecologici nasce in parte dal mercato: i consumatori sono cambiati, e nel momento di scegliere un prodotto guardano con attenzione la componente ambientale. In parte sono mutate le aziende e gli imprenditori sono più sensibili al tema dell’ecologia. E infine c’è la grande politica internazionale, la tendenza di fondo che è stata interpretata per esempio dal presidente statunitense Barack Obama.

Perché le politiche dei maggiori paesi si orientano verso un’economia verde? Certamente, per il motivo “etico” di preservare la natura. «Per contenere i costi che potrebbero essere prodotti dal cambiamento del clima», osserva Carlo Corazza, a capo della rappresentanza della Commissione europea a Milano. Ma anche perché «il mercato del dopo-crisi si gioca sugli standard tecnologici di domani – afferma Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente e negoziatore internazionale ai grandi ecosummit – e chi rimarrà indietro sulla tecnologia verde perderà la gara al business».

Quanto vale il mercato verde? Non è calcolabile nel dettaglio. I business sono dispersi in segmenti diversissimi. Ma una stima sommaria si può azzardare: siamo nell’ordine di un fatturato sui 10 miliardi di euro. «Nel complesso il settore ambientale (rifiuti, energie rinnovabili, disinquinamento, salute e sicurezza, risorse agro-forestali) occupa circa 300mila addetti – stima Alessandro Marangoni, docente alla Bocconi e analista dell’economia ambientale – dei quali circa un terzo nella gestione rifiuti. In questo settore solo le imprese private (350 con 20mila occupati) fatturano circa 2,5 miliardi. Nelle fonti rinnovabili di energia il fatturato 2008 è stimato in circa 5,5 miliardi di euro, con un’occupazione di circa 30mila unità (solo rinnovabili “nuove”, escluso cioè le tecnologie vecchie come l’idrolettrico)».

Il Sole 24 Ore

Secondo l’economista, per le rinnovabili è prevista la creazione di circa 100mila posti di lavoro in 10 anni e «il comparto delle energie rinnovabili è uno tra i più dinamici della green economy, al quale guardano sempre più investitori e mercati finanziari. Il settore è uno dei pochi in forte crescita in questa fase di crisi generalizzata: nel 2008 in Europa – conclude Marangoni – oltre la metà della nuova capacità produttiva del settore elettrico è stata generata da fonti pulite».

Quella della green economy «è una tendenza che sarà impossibile ribaltare», diceva l’altro giorno il ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi. Se novanta colossi come General electric, Volvo e Air France hanno invitato i governi a fissare obiettivi per la riduzione di gas serra, «la green economy è un imperativo condiviso a tutti i livelli, un dato di fatto». Ma che cos’è la green economy? Se fino a qualche anno fa la “sostenibilità” era per le imprese una fonte di costo, era l’obbligo di adeguarsi alle normative o un impegno volontario per diventare un’azienda migliore, oggi la “green economy” è quel segmento economico che non è più una voce di costo ma diventa un’occasione di fatturato, di arricchimento (in senso stretto ma anche in senso figurato). La “green economy” è proiettata verso l’esterno, verso il mercato.

Infatti è un fiorire di idee, progetti e investimenti. La maggior parte va verso la facile soluzione dell’energia fotovoltaica, ben incentivata. Secondo il primo rapporto sull’energia fotovoltaica realizzato dalla Camera di commercio di Milano e dal Politecnico di Milano, in Lombardia ci sono 6.024 impianti per una potenza di quasi 57 megawatt (che si stima quadruplicabile nel 2011). È la prima regione per numero di impianti (15,6% del totale) seguita da Emilia-Romagna (10,1%) e Veneto (9,3%) mentre è seconda per potenza prodotta (11,6%) dopo la Puglia (12,5%). È un business: per esempio la Candit Frucht (leader europeo nelle canditure) ha deciso di investire e di avviare la rappresentanza italiana di un produttore Usa di pannelli.

Ma non c’è solamente l’energia dal sole. Nascono società di servizi ambientali. La Sendeco ha una delle principali borse delle emissioni di anidride carbonica, e l’Ecoway negozia per conto delle aziende le quote di emissione. Nino Tronchetti Provera tramite il fondo Ambienta I ha raggiunto i 217,5 milioni di euro ed è il più grande fondo europeo specializzato in investimenti nel settore ambientale. La Sutter di Genova (d’intesa con il Wwf) e la Chanteclair lanciano i detergenti ecologici in fialetta, da allungare con l’acqua.

L’Ecomen usa prodotti riciclati per ottenere sottofondi stradali di qualità e l’Intec ricicla le terre di scavo nei conglomerati di calcestruzzo, mentre un’azienda centenaria come la Boldrocchi di Biassono (Milano) è leader nella depurazione industriale dell’aria: sue le tecnologie adottate dall’Enel nella centrale elettrica a idrogeno – la prima al mondo – in completamento a Marghera. A Torino si è appena tenuta la dodicesima edizione del Cinemambiente Environmental Film Festival. La Total ha messo nella stazione di servizio Arda Ovest di Fiorenzuola (A1) i pannelli solari e l’asfalto mangiasmog: è a impatto zero perché annulla tutto l’inquinamento prodotto dalle auto che vi passano.

Si muovono anche le amministrazioni pubbliche. L’Agenzia delle entrate ha vinto il premio CompraVerde perché ha lanciato una gara per la fornitura di energia elettrica 100% verde destinata per due anni a tutti uffici delle direzioni centrali. La Fondazione Gianni Pellicani ha stimato in 880milioni gli investimenti pubblici e privati (in parte attivati e in parte previsti) per trasformare Marghera nel polo della green economy.

Ci sono poi le fiere, come le due maggiori Ecomondo a Rimini (in programma da domani) e Solarexpo di Verona (in primavera). Ma anche – qualche nome tra mille – Zeroemission di Roma, Enersolar e Greenenergy alla Fiera di Milano (a fine novembre) o Energethica di Genova. Anche le fiere non specializzate nel tema “green” dedicano sezioni al settore ecologico: per esempio a Parma la rassegna Cibus (con la Conergy la Fiera di Parma ha avviato un impianto fotovoltaico da 1,7 megawatt) ha lo spazio CibusTec dedicato al rapporto tra agricoltura e ambiente.

Tanta attività, ma i consumatori sono pronti ad assecondare l’offerta verde? In teoria gli italiani si sentono virtuosi dell’ambiente, ma non si tocchi l’automobile. Lo afferma uno studio condotto dall’Ispo di Renato Mannheimer. «La ricerca sulla green economy – dice Carlo Iacovini, presidente di GreenValue, promotore dello studio – ha confermato quella sensazione ormai diffusa che vede l’ecologia come un valore proprio del vissuto comune». Stando alla ricerca, il 92% degli intervistati ritiene necessario integrare economia con ambiente, soprattutto investendo nelle tecnologie.

Gli scarichi industriali sono ritenuti la causa principale dell’inquinamento, seguiti dal traffico. Dentro le mura domestiche l’86% del campione intervistato afferma di usare prodotti ecologici e adottare comportamenti sostenibili, ma guai a toccare loro l’auto: basta con i limiti al traffico, dicono; meglio spendere per nuovi autobus.

Per chiudere questa prima puntata merita qualche riga l’idea di green economy forse più inconsueta. I canali di Venezia, si sa, sono costeggiati dalle briccole, cioè quei pali di legno cui vengono legate le barche. La Bizeta guidata da Fabrizio Bettiol sta realizzando briccole e pontili di plastica riciclata insieme con trucioli di legno di ricupero. Ecologia per le gondole.

 

FONTE: www.sole24ore.com

Avviato il piano nazionale sul Green Public Procurement, anche se mancano i decreti attuativi. Opportunità per le plastiche riciclate.

Dovrebbe finalmente partire a livello nazionale il piano degli acquisti verdi per la Pubblica amministrazione predisposto dal Ministero dell’Ambiente di concerto con i ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Economia, già previsto all’articolo 162 della Legge Finanziaria 2007.

Il decreto interministeriale, firmato nei giorni scorsi dai ministri, apre la porta al Green Public Procurement, ovvero all’acquisto, da parte degli uffici della Pubblica amministrazione, di beni e servizi a basso impatto ambientale quali articoli realizzati con materiali riciclati (che potrebbe aprire interessanti opportunità anche al settore delle plastiche rigenerate), computer a basso consumo energetico, lampade ad alta efficienza, energia da fonti rinnovabili, in una quota minima stabilità per legge. L’iniziativa, già adottata da alcune Regioni quali la Lombardia, viene quindi estesa a livello nazionale.

Sulla base del decreto interministeriale generale, dovranno essere emanati provvedimenti attuativi contenenti i criteri ambientali minimi cui la PA si atterrà nelle proprie spese.

CONSIP – la società del Ministero dell’Economia che ‘cura’ gli acquisti – potrà introdurre tali indicatori nelle gare di appalto per la fornitura di beni e servizi che d’ora in poi seguirà non solo criteri di efficienza ma anche di sostenibilità. Entreranno così a pieno titolo le fonti energetiche rinnovabili, i prodotti meno energivori o che consentono una minore produzione di rifiuti e il ricorso a materiali riciclati.

Il Ministero valuta in 50 miliardi di euro ogni anno le spese che riguardano questo comparto. Gli acquisti pubblici rappresentano in Italia circa il 17% del PIL e nei Paesi dell’Unione Europea circa il 14%.

“Questo provvedimento rappresenta una svolta nella vita della Pubblica Amministrazione – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio – e ci avvicina alle migliori esperienze europee. E’ evidente che, oltre a difendere l’ambiente, il Piano potrà sostenere la competitività del nostro sistema produttivo, stimolando l’innovazione ambientale, orientando correttamente nuovi business, premiando prodotti e soluzioni tecniche avanzate, contrastando l’invasione di prodotti che si mostrano assai spesso privi di qualunque requisito di pregio ambientale, con riflessi talora pericolosi nel campo della sicurezza e della salute”.

Ricordiamo che in Italia è già in vigore il DM 8 maggio 2003, n. 203 “Norme affinché gli uffici pubblici e le società a prevalente capitale pubblico coprano il fabbisogno annuale di manufatti e beni con una quota di prodotti ottenuti da materiale riciclato nella misura non inferiore al 30% del fabbisogno medesimo”, che però, per motivi tecnici e procedurali, non ha raggiunto fino ad oggi i risultati sperati.

 

FONTE: www.polimerica.it