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Quasi 2 mila imprese, circa 230 mila addetti, oltre 61 miliardi di euro di fatturato. Sono solo alcuni dei numeri che emergono nel rapporto “Green Economy in Emilia Romagna” presentati nell’ambito di Ravenna 2010.

L’indagine “Green Economy in Emilia Romagna – Risultati e prime indicazioni sulla caratterizzazione del settore green in regione” è stata realizzata da Ervet nell’ambito della convenzione con la Regione Emilia Romagna e fotografa sul territorio il fenomeno del “business verde“. I primi risultati sono stati presentati alla terza edizione della manifestazione dedicata alle buone pratiche di utilizzo dell’acqua, delle energie, della gestione dei rifiuti e sulla sostenibilità ambientale.

«Conoscenza, innovazione, ricerca e qualità ambientale saranno il vantaggio competitivo per affrontare le sfide future e sostenere l’uscita dalla crisi. Per essere coerenti con questi obiettivi- ha sottolineato l’assessore regionale alle Attività produttive Gian Carlo Muzzarelli intervenendo all’iniziativa -, gli investimenti della Regione nel 2010 sul versante della “green economy” hanno superato i 95 milioni di euro. Inoltre il nostro impegno prosegue e trova conferma nel supporto e nel finanziamento al sistema della rete dell’Alta tecnologia Regionale e dei 10 Tecnopoli. Insieme a questo il Piano energetico regionale per il triennio 2011-2013 sarà decisivo per trasformare pienamente l’Emilia Romagna in una regione sempre più verde. Più “verde” nelle politiche industriali, abitative, nel modo di produrre, nel modo stesso di vivere dei cittadini e nell’agricoltura settore le cui imprese hanno un ruolo importante in questo processo».

Sempre più Green

In Emilia Romagna sono ben 647 le imprese che operano in maniera esclusiva in mercati prettamente ambientali, con 25.000 addetti e oltre 4,5 miliardi di euro di fatturato: tra queste troviamo aziende impegnate nei settori rifiuti ciclo idrico integrato (ovvero fornitura di acqua, reti fognarie, attività di gestione dei rifiuti), nelle energie rinnovabili, nella mobilità sostenibile, nella rigenerazione e ricostruzione di pneumatici e nella gestione degli orti botanici, dei parchi naturali e del patrimonio naturale.

A queste si aggiungono altre 1.345 imprese che lavorano, sia pure parzialmente, in mercati green: danno lavoro a oltre 200 mila addetti e realizzano un fatturato di quasi 57 miliardi di euro. Fanno parte di questo gruppo aziende agroalimentari che operano con materie prime provenienti da agricoltura biologica biodinamica, legate alla bioedilizia all’efficienza energetica, produttrici di tecnologie. Ma anche imprese che possiedono rami di attività in settori core green (rifiuti, energie rinnovabili, gestione ciclo idrico integrato), aziende afferenti il campo della pulizia delle aree pubbliche, della decontaminazione e del disinquinamento dell’ambiente.

La Regione Emilia Romagna nel 2010 ha destinato: 25,9 milioni di euro alla riqualificazione energetica degli enti pubblici e le cui convenzioni sono in corso di sottoscrizione; 64 milioni di euro per le Aree ecologicamente attrezzate (di cui 53 per progetti energetici e 11 per progetti di riqualificazione ambientale); 5 milioni di euro per i progetti di filiera nel campo energetico ambientale.

 

 

Pubblicato da Patrizia Frattini

FONTE: www.beecosostenibile.it

“Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo. La crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi perché è proprio la crisi a portare il progresso.
La creatività nasce dall’ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura. E‘ nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi, violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni.
La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. Lo sbaglio delle persone e dei paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia.
Senza crisi non ci sono meriti. E‘ nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora perché senza crisi qualsiasi vento è una carezza. Parlare di crisi è creare movimento; adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo. Invece di questo, lavoriamo duro! L’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.”

Albert Einstein (1879-1955)

Albert Einstein

E. Della Valle

 

Tre casi, minimi solamente in apparenza, della nuova “green economy”. L’imprenditore comasco Saba Dell’Oca (che con la Candit Frucht è tra i principali produttori di canditi per l’industria dolciaria di mezz’Europa) ha deciso di investire con alcuni soci nella vendita in Italia di pannelli solari di tecnologia statunitense. L’imprenditore chimico alessandrino Guido Ghisolfi (che con la mini-multinazionale di famiglia M&G è il principale produttore europeo di plastica Pet per le bottiglie di acqua minerale) sta costruendo una raffineria per produrre benzina biologica partendo da vegetali non commestibili. L’imprenditore cuneese dei rifiuti Davide Aimeri è stato chiamato da una cartiera del Milanese per costruire un impianto rivoluzionario che digerirà i rifiuti dello stabilimento.

Sono tre esempi tra mille di come nasce la nuova economia, quella “green economy” propugnata negli Stati Uniti da Barack Obama per aiutare la ripresa. A differenza dello sviluppo “sostenibile”, nato a fine degli anni 80, la “green economy” non si limita a rendere le produzioni più compatibili con l’ambiente. Per l’azienda, era quasi sempre una spesa. Ora si tratta di creare business. Di generare fatturato. Di proporsi ai consumatori con nuovi prodotti.

Il fenomeno fa presa in Italia: si stima che già oggi il giro d’affari dell’economia dell’ambiente sia nell’ordine dei 10 miliardi.

Una stima più precisa non è possibile. Ci sono settori diversissimi, dalle caldaie domestiche ad altissima efficienza ai detersivi a basso impatto ambientale; alcune attività hanno una storia lunga millenni, come il riciclo dei rifiuti (la carta, nei secoli passati, era prodotta con gli stracci usati), altre sono nuovissime (il gruppo Marcegaglia investe nella ricerca di pannelli fotovoltaici che non usano il prezioso silicio).

Il Sole 24 Ore

Se il perimetro della “green economy” non è definibile nel dettaglio, si sa però che i due segmenti oggi più forti in Italia sono quelli dell’energia e del ricupero dei rifiuti. La green economy piace. La spinta a essere ecologici nasce in parte dal mercato: i consumatori sono cambiati, e nel momento di scegliere un prodotto guardano con attenzione la componente ambientale. In parte sono mutate le aziende e gli imprenditori sono più sensibili al tema dell’ecologia. E infine c’è la grande politica internazionale, la tendenza di fondo che è stata interpretata per esempio dal presidente statunitense Barack Obama. Perché le politiche dei maggiori paesi si orientano verso un’economia verde? Certamente, per il motivo “etico” di preservare la natura. «Per contenere i costi che potrebbero essere prodotti dal cambiamento del clima», osserva Carlo Corazza, a capo della rappresentanza della Commissione europea a Milano. Ma anche perché «il mercato del dopo-crisi si gioca sugli standard tecnologici di domani – afferma Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente e negoziatore internazionale ai grandi ecosummit – e chi rimarrà indietro sulla tecnologia verde perderà la gara al business».

Quanto vale il mercato verde? Non è calcolabile nel dettaglio. I business sono dispersi in segmenti diversissimi. Ma una stima sommaria si può azzardare: siamo nell’ordine di un fatturato sui 10 miliardi di euro. «Nel complesso il settore ambientale (rifiuti, energie rinnovabili, disinquinamento, salute e sicurezza, risorse agro-forestali) occupa circa 300mila addetti – stima Alessandro Marangoni, docente alla Bocconi e analista dell’economia ambientale – dei quali circa un terzo nella gestione rifiuti. In questo settore solo le imprese private (350 con 20mila occupati) fatturano circa 2,5 miliardi. Nelle fonti rinnovabili di energia il fatturato 2008 è stimato in circa 5,5 miliardi di euro, con un’occupazione di circa 30mila unità (solo rinnovabili “nuove”, escluso cioè le tecnologie vecchie come l’idrolettrico)». Secondo l’economista, per le rinnovabili è prevista la creazione di circa 100mila posti di lavoro in 10 anni e «il comparto delle energie rinnovabili è uno tra i più dinamici della green economy, al quale guardano sempre più investitori e mercati finanziari. Il settore è uno dei pochi in forte crescita in questa fase di crisi generalizzata: nel 2008 in Europa – conclude Marangoni – oltre la metà della nuova capacità produttiva del settore elettrico è stata generata da fonti pulite».

Quella della green economy «è una tendenza che sarà impossibile ribaltare», diceva l’altro giorno il ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi. Se novanta colossi come General electric, Volvo e Air France hanno invitato i governi a fissare obiettivi per la riduzione di gas serra, «la green economy è un imperativo condiviso a tutti i livelli, un dato di fatto».

Ma che cos’è la green economy? Se fino a qualche anno fa la “sostenibilità” era per le imprese una fonte di costo, era l’obbligo di adeguarsi alle normative o un impegno volontario per diventare un’azienda migliore, oggi la “green economy” è quel segmento economico che non è più una voce di costo ma diventa un’occasione di fatturato, di arricchimento (in senso stretto ma anche in senso figurato). La “green economy” è proiettata verso l’esterno, verso il mercato.

Infatti è un fiorire di idee, progetti e investimenti. La maggior parte va verso la facile soluzione dell’energia fotovoltaica, ben incentivata. Secondo il primo rapporto sull’energia fotovoltaica realizzato dalla Camera di commercio di Milano e dal Politecnico di Milano, in Lombardia ci sono 6.024 impianti per una potenza di quasi 57 megawatt (che si stima quadruplicabile nel 2011). È la prima regione per numero di impianti (15,6% del totale) seguita da Emilia-Romagna (10,1%) e Veneto (9,3%) mentre è seconda per potenza prodotta (11,6%) dopo la Puglia (12,5%). È un business: per esempio la Candit Frucht (leader europeo nelle canditure) ha deciso di investire e di avviare la rappresentanza italiana di un produttore Usa di pannelli.

Ma non c’è solamente l’energia dal sole. Nascono società di servizi ambientali. La Sendeco ha una delle principali borse delle emissioni di anidride carbonica, e l’Ecoway negozia per conto delle aziende le quote di emissione. Nino Tronchetti Provera tramite il fondo Ambienta I ha raggiunto i 217,5 milioni di euro ed è il più grande fondo europeo specializzato in investimenti nel settore ambientale. La Sutter di Genova (d’intesa con il Wwf) e la Chanteclair lanciano i detergenti ecologici in fialetta, da allungare con l’acqua. L’Ecomen usa prodotti riciclati per ottenere sottofondi stradali di qualità e l’Intec ricicla le terre di scavo nei conglomerati di calcestruzzo, mentre un’azienda centenaria come la Boldrocchi di Biassono (Milano) è leader nella depurazione industriale dell’aria: sue le tecnologie adottate dall’Enel nella centrale elettrica a idrogeno – la prima al mondo – in completamento a Marghera.

A Torino si è appena tenuta la dodicesima edizione del Cinemambiente Environmental Film Festival. La Total ha messo nella stazione di servizio Arda Ovest di Fiorenzuola (A1) i pannelli solari e l’asfalto mangiasmog: è a impatto zero perché annulla tutto l’inquinamento prodotto dalle auto che vi passano.

Si muovono anche le amministrazioni pubbliche. L’Agenzia delle entrate ha vinto il premio CompraVerde perché ha lanciato una gara per la fornitura di energia elettrica 100% verde destinata per due anni a tutti uffici delle direzioni centrali. La Fondazione Gianni Pellicani ha stimato in 880milioni gli investimenti pubblici e privati (in parte attivati e in parte previsti) per trasformare Marghera nel polo della green economy.

Ci sono poi le fiere, come le due maggiori Ecomondo a Rimini (in programma da domani) e Solarexpo di Verona (in primavera). Ma anche – qualche nome tra mille – Zeroemission di Roma, Enersolar e Greenenergy alla Fiera di Milano (a fine novembre) o Energethica di Genova. Anche le fiere non specializzate nel tema “green” dedicano sezioni al settore ecologico: per esempio a Parma la rassegna Cibus (con la Conergy la Fiera di Parma ha avviato un impianto fotovoltaico da 1,7 megawatt) ha lo spazio CibusTec dedicato al rapporto tra agricoltura e ambiente.

Tanta attività, ma i consumatori sono pronti ad assecondare l’offerta verde? In teoria gli italiani si sentono virtuosi dell’ambiente, ma non si tocchi l’automobile. Lo afferma uno studio condotto dall’Ispo di Renato Mannheimer. «La ricerca sulla green economy – dice Carlo Iacovini, presidente di GreenValue, promotore dello studio – ha confermato quella sensazione ormai diffusa che vede l’ecologia come un valore proprio del vissuto comune».

Stando alla ricerca, il 92% degli intervistati ritiene necessario integrare economia con ambiente, soprattutto investendo nelle tecnologie. Gli scarichi industriali sono ritenuti la causa principale dell’inquinamento, seguiti dal traffico. Dentro le mura domestiche l’86% del campione intervistato afferma di usare prodotti ecologici e adottare comportamenti sostenibili, ma guai a toccare loro l’auto: basta con i limiti al traffico, dicono; meglio spendere per nuovi autobus.

Per chiudere questa prima puntata merita qualche riga l’idea di green economy forse più inconsueta. I canali di Venezia, si sa, sono costeggiati dalle briccole, cioè quei pali di legno cui vengono legate le barche. La Bizeta guidata da Fabrizio Bettiol sta realizzando briccole e pontili di plastica riciclata insieme con trucioli di legno di ricupero. Ecologia per le gondole.

 

FONTE: www.ilsole24ore.com

Da qui al 2020 della vecchia Europa, tutta industria e poco ambiente, non dovrà esserci più traccia. Bisognerà riscrivere tutte le priorità dice Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea e commissario all’Industria: «Politica industriale e politica ambientale possono sposarsi. Dalla loro sintesi dovrà nascere un sistema industriale più innovativo e meno inquinante che garantisca posti di lavoro in più». La Commissione 2 di Josè Manuel Barroso ha appena lanciato Europa 2020, la nuova agenda decennale chiamata a sostituire quella di Lisbona. Tajani ne evidenzia l’impatto per industria ed imprese.

Dopo la crisi da dove ripartirà l’Unione europea?
Ci rialziamo dopo la caduta con la necessità di contenere gli effetti sull’occupazione e per farlo è indispensabile rilanciare l’industria e l’impresa. Serve però un cambiamento culturale, uscendo dagli schemi della politica industriale degli anni 90 e dei primi anni del duemila. Per questo è giusto essere alfieri della «green economy»: per promuovere un modello di sviluppo sostenibile in cui ci sia spazio per l’auto «verde», ma anche per un vecchio sistema manifatturiero al passo con i tempi.

Con l’agenda 2020 quali novità arriveranno per le imprese?
Viene innanzitutto fissato un target più ambizioso per la ricerca e innovazione (aumentare gli investimenti dall’1,9% al 3% del Pil, Ndr) e c’è grande attenzione alle piccole e medie imprese per la quali si confermano gli obiettivi dello “small business act”, scelta fatta dalla vecchia commissione. Bisogna ad esempio semplificare il diritto societario; fare in modo che ci sia una seconda opportunità per imprenditori reduci da un fallimento che intendono riprendere l’attività; accelerare i tempi dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione; favorire l’internazionalizzazione e stimolare l’innovazione. Anche se su quest’ultimo punto è giusto che l’Europa faccia la sua parte: non si può chiedere alle imprese di crescere, innovare, diventare più competitive sempre da sole.

Che ruolo svolgerà l’Unione europea?
Per supportare chi investe devono esserci finanziamenti adeguati e un accesso al credito più facile grazie a tutta una serie di strumenti che possono essere attivati, a cominciare dalla Bei (Banca europea per gli investimenti) con la quale ho già avuto un incontro. La mia direzione generale sta lavorando ad alcune opzioni per le piccole e medie imprese in vista di un meeting che si svolgerà su questo tema a Bruxelles in primavera. Posso anzi anticiparle che già lunedì prossimo, nel corso di un incontro organizzato a Milano, si inizierà a discutere del tema anche con le principali banche italiane.

Il Sole 24 Ore

L’innovazione è al centro dell’agenda dei prossimi dieci anni. Ma su quali settori dovranno scommettere gli imprenditori europei?
I prossimi anni dovranno segnare una svolta per turismo e industria spaziale. Spesso ci si dimentica che il turismo è il terzo settore imprenditoriale europeo con grandi capacità di attrarre investimenti. C’è la fila di banchieri interessati a investire in strutture che valorizzino un patrimonio inestimabile. Abbiamo già qualche idea che ci piacerebbe promuovere: sviluppare ad esempio un turismo di tipo sociale per coprire anche periodi tradizionalmente deboli per questo settore. Potrebbero anche scattare dei contributi per incentivare gli anziani o altre fasce deboli a organizzare vacanze fuori stagione. Inoltre finora non si è mai sfruttato abbastanza il volàno dei grandi eventi: immagini quale movimento turistico si può attivare, con nuove strategie, dall’Expo 2015 o dalle Olimpiadi.

Ha citato anche l’industria spaziale…
Fino a pochi minuti prima di questa telefonata, ero all’inaugurazione dei «Galileo Application Days» organizzati a Bruxelles. Non è un evento qualsiasi, perché in ballo c’è l’avvio di un programma la cui realizzazione farà risparmiare all’Europa 90-95 miliardi. Le applicazioni satellitari toccheranno i settori più diversi, andando dal controllo dell’inquinamento ai salvataggi in mare e le opportunità di business interessano tanto le grandi industrie quanto le centinaia di piccole e medie imprese che lavorano al loro fianco.

E il nucleare?
Entriamo in un tema sul quale la Commissione, come entità politica, deve essere neutrale rispetto alle scelte dei singoli stati. Di certo l’Europa chiede un impegno reale per sviluppare una politica energetica alternativa che, attraverso le rinnovabili, garantisca meno inquinamento e costi ridotti. Se poi mi chiede un parere personale, non sono contrario al nucleare considerando anche che l’evoluzione tecnologica ne garantisce la sicurezza.

L’Italia si appresta a varare nuovi incentivi ai settori industriali, senza l’auto. È la strada giusta?
Il 2010 deve esser l’anno dell’uscita dagli aiuti di stato varati per affrontare la crisi. Gli aiuti sono stati come una tachipirina per far calare la febbre, non sono la cura per risolvere il problema. Per quanto riguarda l’auto, nel recente vertice dei ministri Ue dell’industria che si è svolto a San Sebastian, in Spagna, è emersa una linea pressoché unanime: chi non li ha conclusi sta per farlo.

Per il mercato dell’auto sarà un anno nero. Fiat chiuderà Termini Imerese a fine 2011: quale soluzione auspica?
Credo che l’auto elettrica in Sicilia sia una prospettiva interessante. È in linea con il progetto europeo di sviluppo dell’auto “verde” e potrebbe facilitare anche l’eventuale concessione di contributi europei. Sarebbe affascinante la creazione di un “cluster” a Termini Imerese: un centro italiano, con il coinvolgimento dell’università e la collaborazione di altri poli europei dello stesso settore.

 

FONTE: www.ilsole24ore.com

Green economy, il made in Italy c’è. E non è fatto solo di Fiat, con i suoi motori a basso impatto ambientale, che hapermesso al gruppo torinese di prendersi in carico la Chrysler, ricca di modelli senza limiti ai consumi. O della Landi Renzo, l’azienda di Reggio Emilia, leader mondiale degli impianti per i motori a metano e Gpl. La green economy in salsa italiana non è solo la produzione di energia da fonti rinnovabili o il recupero e riciclaggio di carta o plastica.

La green economy modello italiano è un filo conduttore che lega tutto il made in Italy, attraversa i territori, come i prodotti agroalimentari a “km zero”, tocca i settori industriali di punta. È strettamente legata al concetto di qualità. Di alta qualità.

Green economy, in sintesi, uguale stile italiano. E con risultati importanti: produzione ed export di green economy hanno senz’altro retto meglio alla grande crisi, visto che generalmente i consumatori di queste nicchie di mercato hanno disponibilità economiche maggiori e una propensione alla spesa meno legata alla congiuntura.

L’industria italiana della green economy c’è, e mondo della politica e mondo delle imprese s’interrogano (martedì prossimo a Roma, nel corso del convegno «Green Italia» organizzato da Symbola e Fondazione Farefuturo, con conclusioni di Ermete Realacci e Gianfranco Fini, presidente della Camera e di Farefuturo) su come tutelare e implementare un modello ricco di esempi virtuosi che fanno scuola, ma che stentano a fare sistema. Un mercato verde che secondo le stime di Symbola-Farefuturo realizza un fatturato di 10 miliardi l’anno, con 300mila addetti.

Il Sole 24 Ore

Le due fondazioni pensano a regole condivise dai produttori, standard di qualità, tecnologie pulite, difesa dei consumatori, con l’obiettivo di non far degenerare (e banalizzare) il tutto in appesantimenti formali e burocratici che potrebbero fermare la green economy.

Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico e segretario generale della Fondazione Farefuturo, spiega: «L’Italia ha le risorse imprenditoriali e qualitative per vincere le sfide ambientali. Dobbiamo fare in modo che la difesa ambientale diventi un’opportunità per le imprese e non una penalizzazione».

Ermete Realacci, presidente di Symbola, aggiunge: «Dobbiamo porre le basi per far entrare la politica in sintonia con quelle imprese che sono legate al territorio, puntano sulla qualità e sullo sviluppo ecosostenibile. C’è difficoltà a leggere bene queste qualità e poi, spesso, non si spinge nella giusta direzione. Dobbiamo far capire che lo sviluppo di alcuni settori innovativi e la riconversione in chiave ecosostenibile di comparti tradizionali rappresentano la frontiera avanzata del made in Italy».

Ma come si fa a sostenere l’italian green economy? «Dobbiamo proporre misure concrete – risponde Urso – in sede internazionale, in sede europea e in Italia per fare emergere queste qualità e, al tempo stesso, contrastare le importazioni di prodotti che sono realizzati in palese mancanza di regole ambientali simili alle nostre. Si tratta di una concorrenza sleale che non possiamo più tollerare». Il segretario di Farefuturo ha in mente proposte precise: dazi ambientali per chi non rispetta le regole Ue.

Con tre obiettivi precisi:
bloccare sul nascere questa forma di concorrenza sleale; scoraggiare le tentazioni di chi vuole delocalizzare per sfuggire ai vincoli ambientali; utilizzare i fondi recuperati con i dazi ambientali per favorire le esportazioni di tecnologie ambientalmente pulite nei paesi in via di sviluppo, contribuendo in modo concreto alla salvaguardia dell’ambiente globale. «In sintesi: vogliamo creare le condizioni per trasformare l’economia dell’ambiente in una grande opportunità per tutti».

Secondo Realacci è indispensabile alzare l’asticella su tutti i fronti: «Dobbiamo stabilire elevati standard di qualità, di sicurezza dei consumatori e di vincoli ambientali. È così che si batte la concorrenza di basso livello. La qualità sarà sempre più vincente rispetto a chi gioca la carta del prezzo, senza valori. Ecco perché penso a barriere virtuali e virtuose, che non potranno essere contrastate dalla Wto o da Bruxelles».

I NUMERI


Nella classica dell’eolico
È la posizione dell’Italia in Europa per potenza e generazione di energia derivata dal vento. Nella classifica mondiale il nostro paese occupa la sesta posizione.

6
Terawattora
È l’energia eolica prodotta nel 2008. Corrisponde ai consumi domestici di oltre 7 milioni di italiani.

38%
Produzione delle tecnologie per il solare
È la percentuale delle imprese italiane che coprono il mercato dell’hi-tech del settore dell’energia solare. Mentre per quanto riguarda il mercato della distribuzione e installazione, le nostre aziende coprono il 74 per cento.

55mila
Gli occupati nella meccanica
Si tratta delle stime dei lavoratori della filiera della green economy: dalla progettazione degli impianti alla produzione di energie rinnovabili, dai sistemi per il risparmio energetico alla produzione di tecnologie a basso impatto ambientale.

40%
Piccole e medie imprese
È la percentuale delle Pmi che, secondo Unioncamere, vuole puntare sulla green economy per superare la crisi con prodotti o tecnologie in grado di garantire un risparmio energetico e di minimizzare l’impatto ambientale.

335
Le aziende con marchio Fsc
È il numero delle imprese del legno che producono con materiale proveniente da foreste gestite secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. La superficie forestale italiana nel 2008 è salita a 668.764 ettari, 55.908 ettari in più rispetto al 2007.

300
Le aziende di tessuti biologici
Sono le imprese che hanno chiesto di ottenere la certificazione internazionale.

 

Nino Ciravegna

FONTE: www.ilsole24ore.com

La green economy piace. La spinta a essere ecologici nasce in parte dal mercato: i consumatori sono cambiati, e nel momento di scegliere un prodotto guardano con attenzione la componente ambientale. In parte sono mutate le aziende e gli imprenditori sono più sensibili al tema dell’ecologia. E infine c’è la grande politica internazionale, la tendenza di fondo che è stata interpretata per esempio dal presidente statunitense Barack Obama.

Perché le politiche dei maggiori paesi si orientano verso un’economia verde? Certamente, per il motivo “etico” di preservare la natura. «Per contenere i costi che potrebbero essere prodotti dal cambiamento del clima», osserva Carlo Corazza, a capo della rappresentanza della Commissione europea a Milano. Ma anche perché «il mercato del dopo-crisi si gioca sugli standard tecnologici di domani – afferma Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente e negoziatore internazionale ai grandi ecosummit – e chi rimarrà indietro sulla tecnologia verde perderà la gara al business».

Quanto vale il mercato verde? Non è calcolabile nel dettaglio. I business sono dispersi in segmenti diversissimi. Ma una stima sommaria si può azzardare: siamo nell’ordine di un fatturato sui 10 miliardi di euro. «Nel complesso il settore ambientale (rifiuti, energie rinnovabili, disinquinamento, salute e sicurezza, risorse agro-forestali) occupa circa 300mila addetti – stima Alessandro Marangoni, docente alla Bocconi e analista dell’economia ambientale – dei quali circa un terzo nella gestione rifiuti. In questo settore solo le imprese private (350 con 20mila occupati) fatturano circa 2,5 miliardi. Nelle fonti rinnovabili di energia il fatturato 2008 è stimato in circa 5,5 miliardi di euro, con un’occupazione di circa 30mila unità (solo rinnovabili “nuove”, escluso cioè le tecnologie vecchie come l’idrolettrico)».

Il Sole 24 Ore

Secondo l’economista, per le rinnovabili è prevista la creazione di circa 100mila posti di lavoro in 10 anni e «il comparto delle energie rinnovabili è uno tra i più dinamici della green economy, al quale guardano sempre più investitori e mercati finanziari. Il settore è uno dei pochi in forte crescita in questa fase di crisi generalizzata: nel 2008 in Europa – conclude Marangoni – oltre la metà della nuova capacità produttiva del settore elettrico è stata generata da fonti pulite».

Quella della green economy «è una tendenza che sarà impossibile ribaltare», diceva l’altro giorno il ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi. Se novanta colossi come General electric, Volvo e Air France hanno invitato i governi a fissare obiettivi per la riduzione di gas serra, «la green economy è un imperativo condiviso a tutti i livelli, un dato di fatto». Ma che cos’è la green economy? Se fino a qualche anno fa la “sostenibilità” era per le imprese una fonte di costo, era l’obbligo di adeguarsi alle normative o un impegno volontario per diventare un’azienda migliore, oggi la “green economy” è quel segmento economico che non è più una voce di costo ma diventa un’occasione di fatturato, di arricchimento (in senso stretto ma anche in senso figurato). La “green economy” è proiettata verso l’esterno, verso il mercato.

Infatti è un fiorire di idee, progetti e investimenti. La maggior parte va verso la facile soluzione dell’energia fotovoltaica, ben incentivata. Secondo il primo rapporto sull’energia fotovoltaica realizzato dalla Camera di commercio di Milano e dal Politecnico di Milano, in Lombardia ci sono 6.024 impianti per una potenza di quasi 57 megawatt (che si stima quadruplicabile nel 2011). È la prima regione per numero di impianti (15,6% del totale) seguita da Emilia-Romagna (10,1%) e Veneto (9,3%) mentre è seconda per potenza prodotta (11,6%) dopo la Puglia (12,5%). È un business: per esempio la Candit Frucht (leader europeo nelle canditure) ha deciso di investire e di avviare la rappresentanza italiana di un produttore Usa di pannelli.

Ma non c’è solamente l’energia dal sole. Nascono società di servizi ambientali. La Sendeco ha una delle principali borse delle emissioni di anidride carbonica, e l’Ecoway negozia per conto delle aziende le quote di emissione. Nino Tronchetti Provera tramite il fondo Ambienta I ha raggiunto i 217,5 milioni di euro ed è il più grande fondo europeo specializzato in investimenti nel settore ambientale. La Sutter di Genova (d’intesa con il Wwf) e la Chanteclair lanciano i detergenti ecologici in fialetta, da allungare con l’acqua.

L’Ecomen usa prodotti riciclati per ottenere sottofondi stradali di qualità e l’Intec ricicla le terre di scavo nei conglomerati di calcestruzzo, mentre un’azienda centenaria come la Boldrocchi di Biassono (Milano) è leader nella depurazione industriale dell’aria: sue le tecnologie adottate dall’Enel nella centrale elettrica a idrogeno – la prima al mondo – in completamento a Marghera. A Torino si è appena tenuta la dodicesima edizione del Cinemambiente Environmental Film Festival. La Total ha messo nella stazione di servizio Arda Ovest di Fiorenzuola (A1) i pannelli solari e l’asfalto mangiasmog: è a impatto zero perché annulla tutto l’inquinamento prodotto dalle auto che vi passano.

Si muovono anche le amministrazioni pubbliche. L’Agenzia delle entrate ha vinto il premio CompraVerde perché ha lanciato una gara per la fornitura di energia elettrica 100% verde destinata per due anni a tutti uffici delle direzioni centrali. La Fondazione Gianni Pellicani ha stimato in 880milioni gli investimenti pubblici e privati (in parte attivati e in parte previsti) per trasformare Marghera nel polo della green economy.

Ci sono poi le fiere, come le due maggiori Ecomondo a Rimini (in programma da domani) e Solarexpo di Verona (in primavera). Ma anche – qualche nome tra mille – Zeroemission di Roma, Enersolar e Greenenergy alla Fiera di Milano (a fine novembre) o Energethica di Genova. Anche le fiere non specializzate nel tema “green” dedicano sezioni al settore ecologico: per esempio a Parma la rassegna Cibus (con la Conergy la Fiera di Parma ha avviato un impianto fotovoltaico da 1,7 megawatt) ha lo spazio CibusTec dedicato al rapporto tra agricoltura e ambiente.

Tanta attività, ma i consumatori sono pronti ad assecondare l’offerta verde? In teoria gli italiani si sentono virtuosi dell’ambiente, ma non si tocchi l’automobile. Lo afferma uno studio condotto dall’Ispo di Renato Mannheimer. «La ricerca sulla green economy – dice Carlo Iacovini, presidente di GreenValue, promotore dello studio – ha confermato quella sensazione ormai diffusa che vede l’ecologia come un valore proprio del vissuto comune». Stando alla ricerca, il 92% degli intervistati ritiene necessario integrare economia con ambiente, soprattutto investendo nelle tecnologie.

Gli scarichi industriali sono ritenuti la causa principale dell’inquinamento, seguiti dal traffico. Dentro le mura domestiche l’86% del campione intervistato afferma di usare prodotti ecologici e adottare comportamenti sostenibili, ma guai a toccare loro l’auto: basta con i limiti al traffico, dicono; meglio spendere per nuovi autobus.

Per chiudere questa prima puntata merita qualche riga l’idea di green economy forse più inconsueta. I canali di Venezia, si sa, sono costeggiati dalle briccole, cioè quei pali di legno cui vengono legate le barche. La Bizeta guidata da Fabrizio Bettiol sta realizzando briccole e pontili di plastica riciclata insieme con trucioli di legno di ricupero. Ecologia per le gondole.

 

FONTE: www.sole24ore.com

Avviato il piano nazionale sul Green Public Procurement, anche se mancano i decreti attuativi. Opportunità per le plastiche riciclate.

Dovrebbe finalmente partire a livello nazionale il piano degli acquisti verdi per la Pubblica amministrazione predisposto dal Ministero dell’Ambiente di concerto con i ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Economia, già previsto all’articolo 162 della Legge Finanziaria 2007.

Il decreto interministeriale, firmato nei giorni scorsi dai ministri, apre la porta al Green Public Procurement, ovvero all’acquisto, da parte degli uffici della Pubblica amministrazione, di beni e servizi a basso impatto ambientale quali articoli realizzati con materiali riciclati (che potrebbe aprire interessanti opportunità anche al settore delle plastiche rigenerate), computer a basso consumo energetico, lampade ad alta efficienza, energia da fonti rinnovabili, in una quota minima stabilità per legge. L’iniziativa, già adottata da alcune Regioni quali la Lombardia, viene quindi estesa a livello nazionale.

Sulla base del decreto interministeriale generale, dovranno essere emanati provvedimenti attuativi contenenti i criteri ambientali minimi cui la PA si atterrà nelle proprie spese.

CONSIP – la società del Ministero dell’Economia che ‘cura’ gli acquisti – potrà introdurre tali indicatori nelle gare di appalto per la fornitura di beni e servizi che d’ora in poi seguirà non solo criteri di efficienza ma anche di sostenibilità. Entreranno così a pieno titolo le fonti energetiche rinnovabili, i prodotti meno energivori o che consentono una minore produzione di rifiuti e il ricorso a materiali riciclati.

Il Ministero valuta in 50 miliardi di euro ogni anno le spese che riguardano questo comparto. Gli acquisti pubblici rappresentano in Italia circa il 17% del PIL e nei Paesi dell’Unione Europea circa il 14%.

“Questo provvedimento rappresenta una svolta nella vita della Pubblica Amministrazione – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio – e ci avvicina alle migliori esperienze europee. E’ evidente che, oltre a difendere l’ambiente, il Piano potrà sostenere la competitività del nostro sistema produttivo, stimolando l’innovazione ambientale, orientando correttamente nuovi business, premiando prodotti e soluzioni tecniche avanzate, contrastando l’invasione di prodotti che si mostrano assai spesso privi di qualunque requisito di pregio ambientale, con riflessi talora pericolosi nel campo della sicurezza e della salute”.

Ricordiamo che in Italia è già in vigore il DM 8 maggio 2003, n. 203 “Norme affinché gli uffici pubblici e le società a prevalente capitale pubblico coprano il fabbisogno annuale di manufatti e beni con una quota di prodotti ottenuti da materiale riciclato nella misura non inferiore al 30% del fabbisogno medesimo”, che però, per motivi tecnici e procedurali, non ha raggiunto fino ad oggi i risultati sperati.

 

FONTE: www.polimerica.it